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TESTIMONIANZA: IL FACILE E IL DIFFICILE
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 Non è facile vivere, anche se tanti facilmente si lasciano trascinare dalla vita.
Non è facile credere, anche se, una volta sperimentato, una volta aperta la porta verso la trascendenza e posato anche un solo piede oltre la soglia dell’infinito, è difficile tornare come prima.
Nel ripensare, nel raccontare la propria vita è facile costruire un romanzo con dei pezzi/ricordi veri ma montati secondo l’immagine che ci piace dare di noi stessi agli altri. Altrettanto, nel ripercorrere il proprio cammino di fede è difficile essere obiettivi, pur rimanendo sinceri.
Quando è cominciato? Certo c’è stato un momento forte, IL momento forte: l’esperienza in prima persona di una luce, di una consapevolezza nuova, anche per chi, cresciuto in un ambiente intriso di religiosità, comunque, ad un certo punto, deve fare propria la fede respirata.
Una via di Damasco, diversa per ciascuno ma sempre uguale per tutti: il cielo si è aperto, una scala è comparsa tra noi e Dio, lo sguardo si è accecato per il lampo dell’eterno che irrompe in un giorno, per il resto uguale agli altri, della nostra limitata e mortale esistenza.
Fu la lettura di un libro: quattordici-quindici anni. Non sempre si cade da cavallo, ma per un periodo difficile da quantificare si è rimasti in bilico tra la consistenza della realtà e l’estasi (ex-stasi) che, da quel momento, ha insegnato ad uscire da se stessi per entrare nella dimensione del rapporto con l’Eterno.
Facile pensare che l’esperienza sia unica e irripetibile, quando invece è universale e comune a chi appena appena si interroga/ricerca e a chi la Grazia ha concesso un’occasione: c’è chi la coglie e chi no; vi è chi con difficoltà apre quella porta e gli occhi del cuore, e chi con facilità si "riaddormenta" spegnendo le domande, rassicurandosi con pseudo risposte e dimentica.
Difficile sapere il seguito della storia. Se è facile contare quanti semi ci sono in una mela, difficile dire quante mele ci sono in un seme.
Che ne è stato della Samaritana di Sicar dopo che Gesù, passati due giorni nella sua città, è tornato a camminare per le strade del mondo in cerca di altri assetati?
Avrà proseguito Zaccheo a fare l’esattore per conto dei Romani, solo più onestamente? O, come Matteo, avrà lasciato l’invisa professione, diverso dopo l’incontro con Gesù?
Il Centurione, dopo la guarigione del servo, avrà vissuto continuando ad “amare il popolo e costruire sinagoghe” in Israele; ma mai avrà potuto immaginare che le sue parole sarebbero state ripetute per secoli in tutte le chiese del mondo “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto…”.
Come avrà vissuto ‘dopo’ il Figliuol prodigo? Spente le luci della festa, nella casa del Padre è tornata la routine che ha reso il fratello maggiore ottuso e impenetrabile all’amore e ha spinto alla fuga il minore? O il ritorno avrà redento la banalità di tutti i giorni?
Facile dal monte Tabor guardare la pianura e sentirsi capaci di affrontare qualsiasi cosa. Dopo il momento ‘forte’ nella giovinezza, quanti eventi e incontri, timori, passioni, figli, amici, impegni e tanti tanti giorni nel difficile quotidiano.
E’ facile ricordare i volti di tutti, per chi ha sempre attribuito più importanza alle persone che alle cose: tanti innumerevoli che, per breve o lungo tempo, sono scivolati accanto; incontri che hanno cambiato la vita; mani che si sono intrecciate; sguardi che hanno scavato negli occhi; di tutti bisognerà render conto. Difficile, al termine dell’esistenza, di tutti poter dire: “Vedi, non ho dimenticato”, e non sarebbe ancora sufficiente. Li si è portati dentro di sé, ma li si è portati a Cristo, alla vita eterna? Li si ha amati, ma come ama Cristo?
Prendere contatto con l’altro è accoglierlo in sé; pregare è mettersi a disposizione di Dio; parlare con l’altro è soprattutto ascoltare; non scoraggiarsi mai; vivere la vita nella fedeltà dell’attimo presente; … Verità antiche tradotte a misura di una ragazzina che si sforzerà, da quel momento, di avere lo “sguardo di Dio”; ma dovrà lottare per tutta la vita per non cedere del tutto allo sguardo triste di Qohelet che insinua: la vita è una folle corsa nel vento.
Facile la tentazione della denuncia della vanità del tutto; difficile arrivare a Dio dopo aver constatato la limitatezza delle ‘cose’ del mondo; più difficile ancora arrivare con Francesco o T. de Chardin a lodare l’universo, infinitamente piccolo nella sua grandezza caduca.
Facile pregare:
vorrei salire molto in alto, Signore,
al di sopra la mia città,
al di sopra del mondo,
al di sopra del tempo.
Difficile la giusta misura: non così in alto, Signore, da vedere i miei fratelli come un entomologo guarda gli insetti.

Vorrei purificare il mio sguardo, Signore
e avere i Tuoi occhi.

amm




 


pubblicato in data: 09/06/2013 16:20:27    :2036

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