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TESTIMONIANZA: NON VI CHIAMO PIU' SERVI, MA AMICI
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Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15 9-17).

Il Nuovo Testamento come il Vecchio Testamento contengono tanti riferimenti al servo e ai servi di Dio; basti ricordare Is 42,1, il canto al Messia, Servo di Dio, sempre in Is 53,11 il Servo di Dio maltrattato, umiliato eppure docile, oppure in Mc 10,45: «Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti», in Tt 1,1 San Paolo stesso si definisce servo di Dio Παλος δολος θεο, letteralmente “schiavo di Dio”; In  Mt 6,24 Gesù dice nessuno può servire due padroni, Lc 17,10 parla dei i servi inutili, ecc.

Molti di meno mi sembrano i riferimenti così diretti come in questo brano all’amicizia con e di Gesù. Peraltro questo riferimento si trova all’interno di quello che è considerato il testamento di Gesù poco prima della sua passione ed ha quindi proprio il senso di un lascito. Apparentemente sembrerebbe che ci sia una contraddizione tra servo e amico, servizio e amicizia. Il servo, più propriamente schiavo, obbedisce a un comando del padrone e il suo servizio è una risposta al comando; il servo viene acquistato e non ha una sua personalità propria ma presuppone quella del padrone. Amico è invece colui che si ama e l’amicizia, la “filìa”, è un sentimento fraterno, assolutamente disinteressato, un’affinità che edifica continuamente lo stesso rapporto e che arricchisce chi lo coltiva. Ho trovato questa definizione che mi sembra molto appropriata: un amico è intimo alla persona; Gesù, infatti, fa conoscere agli amici tutto ciò che ha udito dal Padre. Mi è sembrato di cogliere in questo brano di Giovanni e nel lascito di Gesù della Sua amicizia lo scandire di una tappa del cammino, del mio cammino di cristiano, nel servizio. Intuisco un invito a crescere nella modalità del servizio.

Conquistato da Gesù un po’ di anni fa, servirLo mettendomi a disposizione della Chiesa, della parrocchia, del Movimento, dell’evangelizzazione mi è sembrato sempre una naturale conseguenza, una necessità, più che altro, un atto di obbedienza e al tempo stesso un tentativo, un po’ goffo, di ricambiare e, naturalmente, una fonte di gioia; se il servo vuole bene al proprio padrone, gli fa piacere essere coinvolto e adoperarsi per i desideri del Signore, anche nella fatica e nella tribolazione. Per me è stato ed è così.

Certamente cosa diversa è avere con il Signore un rapporto che richiede sempre e comunque il servizio ma che è più consapevole, più intimo. Mi viene in mente la figura del collaboratore familiare che a mano a mano che il tempo passa, diventa sempre più come uno di famiglia, una persona che rimane sempre al servizio per cui è stata assunta, ma alla quale non si deve più ogni volta ripetere le stesse cose, perchè conosce i desideri del padrone di casa, per esempio come siano disposte le cose e, se ha in custodia i figli, sa che tipo di educazione desidera il padre per loro e quindi agisce di conseguenza, e con il passare del tempo cresce nell’affetto. Mi viene in mente un’altra similitudine tratta dal mondo del lavoro. Una qualità molto ricercata nei rapporti di lavoro è la proattività, di contro alla reattività; cioè l’anticipare le necessità, agire nel senso della direzione e delle direttive già ricevute, senza aspettare che siano le condizioni esterne o una sollecitazione dall’alto a obbligare a muoversi. Una persona così conosce i gusti o le esigenze dell’amico, sa che cosa desidera e non ha bisogno di una comunicazione, ma agisce in tutto per fargli piacere e questo accresce ulteriormente la relazione. In qualche maniera che ancora non so, sento che il Signore, con tutta probabilità - lo dico con molto timore e prudenza - mi invita a fare un passo ulteriore, servendo sempre, certamente, rimanendo servo, ma allargando la relazione all’amicizia, ad un rapporto più stretto, facendo magari sempre le stesse cose, ma in maniera diversa, con una maggiore consapevolezza di come il servizio si innesti nel disegno del Padre. Per fare un esempio davvero banale: posso mettere giù un centinaio di sedie per una serata di preghiera perchè servono, oppure perchè questo servizio all’apparenza così poco importante rientra invece nel Suo disegno. Anche mettere giù le sedie può essere un modo per amare gli altri, per essere amico di Dio, dare un pezzettino anche se piccolo della propria vita agli altri, al Signore, non più solo da servo, ma da amico.

Naturalmente il servizio gradito al Signore è l’amore reciproco, partecipare all’evangelizzazione; essere amico del Signore presuppone dapprima che io faccia ciò che mi comanda, che consiste essenzialmente nell’amare gli altri e nell’ascoltare quanto Lui mi dice; allora in qualunque ambiente o situazione mi trovi, nella preghiera confidente mi illuminerà nelle scelte, mi aiuterà a trovare i modi, le parole da adattare di volta in volta al caso specifico. Questa relazione di amicizia, così alimentata non può che crescere e progredire.

Devo dire che da un po’ di tempo mi interrogo sul mio servizio e su che cosa il Signore vuole ora da me, anche a seguito della consacrazione e quando ho meditato sulle parole servizio e servo, quasi automaticamente mi sono trovato a meditare questo brano sull’amicizia con e di Dio e a trovare giusto far maturare e crescere la mia relazione con Lui. Essere amici di Gesù vuol dire esserne amati, conoscere il Padre Suo tramite; in tutte quelle situazioni nelle quali ci impegniamo a servirLo nei fratelli, ci assicura il suo aiuto e l’ottenimento delle grazie da parte del Padre. Essere amici di Gesù vuol dire godere del Suo amore in maniera speciale. Sono anche conscio che peraltro l’amicizia o “filìa” è solo un passaggio intermedio verso l’amore nella sua forma completa e pura di “agape”, dono gratuito di sè, ma forse il passaggio attraverso l’amicizia con Lui è quello che il Signore mi sta chiedendo ora. E’ un inizio di spoliazione di me stesso per un Altro. E’ un inizio se in ogni occasione mi sento chiamato a pensare come questa cosa a Gesù piacerebbe che fosse fatta e come in ogni occasione posso amare i fratelli.

Paolo


pubblicato in data: 24/03/2019 17:14:21    :277

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