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TESTIMONIANZA: LA MIA GMG
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L’invito: il rifiuto e le perplessità

Succede a volte (spesso) nella vita che la prima reazione a una proposta sia un rifiuto. Viene alla mente la parabola del figlio che risponde al padre di non voler andare a lavorare nei campi, e poi ci va. La mia storia è stata più o meno questa. Il rifiuto, apparentemente, era ben studiato e fortificato in solide ragioni. Altre proposte si erano accavallate, e l’idea di passare una settimana di una delle ultime estati “libere” della vita a fare campeggio nella campagna di Cracovia non mi andava particolarmente a genio. Ma forse più di tutto mi consigliava di rifiutare l’idea di potermi scontrare con una Chiesa che ha poco da dirmi; come spesso succede quando, uscendo da una realtà “privilegiata” e viva come è quella del Movimento, mi scontro con una Chiesa stanca, ferma, che puzza di chiuso. Non ho nessuna vergogna a mostrare questa mia idea sulla Chiesa per due ragioni. La prima è che si tratta di un giudizio vero, ma non di un giudizio di condanna. Anche se, devo subito dire, non è nemmeno un giudizio vero fino in fondo, se osservo attentamente. La seconda ragione è che la Misericordia di Dio utilizza tutto per amarci, anche quei luoghi e quei fatti che noi riterremmo inutilizzabili, quasi “oscuri”. Quei “luoghi oscuri” dentro e fuori di noi, che nessuno vorrebbe guardare, sono i luoghi (forse i primi luoghi) che la Misericordia utilizza per riprenderci, scardinarci, convertirci, amarci, salvarci. Il viaggio della GMG è stato anzitutto la scoperta di questa Misericordia, e in secondo luogo la scoperta che la Chiesa è – nonostante tutto – un luogo dove Dio agisce, sempre.

Ciò che abbiamo trovato

Questa non è una descrizione cronologica. È necessario che io estrapoli parti della nostra settimana concentrandole in nuclei di argomenti, perché voi possiate prima immergervi nel clima che abbiamo vissuto. Il clima è stato caratterizzato da un primo elemento costante che è la fatica. Al nostro arrivo lo sperimentiamo subito quando un viaggio in pullman di circa tre ore, ne dura più di sei. E così i giorni successivi carichi di disorientamento, disorganizzazione, sveglie troppo anticipate, giornate lunghe, continui-repentini-drastici cambi di clima, lunghi spostamenti, difficoltà nel reperire il cibo (e difficoltà nel mangiare il cibo reperito), abbandono da parte di altri gruppi, lunghe e faticose camminate, impossibilità di comunicare in inglese, lunghissime code, assenza di bagni, etc. Il secondo elemento costante di questo clima è stato l’accoglienza. Siamo stati ospitati da quattro famiglie di un paesino campagnolo vicino a Cracovia (ovviamente mal collegato con la città: un’altra fatica). Difficile riuscirvi a trasmettere la qualità della loro accoglienza, basti per tutti l’esempio della casa dove ho vissuto. C’era una donna, in questa campagna sperduta della Polonia. La donna era polacca: capelli chiari, lineamenti duri, ma sorrideva – a modo suo. Lei ci preparava da mangiare di solito. In Polonia è usanza cenare non più tardi delle 18, e i nostri rientri non avvenivano prima delle 22. Non era obbligata a prepararci la cena, l’organizzazione prevedeva che mangiassimo fuori (cosa che spesso non succedeva, ma lei questo non lo sapeva). Questa donna dormiva nella stanza dove noi cenavamo, quindi andava a dormire tardi, e la mattina la nostra colazione era pronta calda e abbondante alle 6, con argenteria e piatti di ceramica. Dormiva nella stanza dove cenavamo, e dormiva per terra, così che noi avessimo un letto dove dormire. Più tardi abbiamo scoperto che questa donna ha preso una settimana di ferie per poter dormire quattro ore a notte per terra. Basti lei, ma gli esempi si potrebbero moltiplicare come pani e pesci. È stato evidente che nel dramma della fatica, abbiamo ricevuto da parte loro e da parte dei volontari un’accoglienza e una compagnia inaudite.

La conversione, le conversioni

La descrizione delle fatiche, la descrizione della mia idea di Chiesa “stanca e ferma”, e la descrizione di alcuni tratti della organizzazione della GMG: sono tutte cose difficili di cui parlare, e capisco che possano essere difficili da leggere. Mi scuso subito perché sono percezioni soggettive e discutibili tutte mie, ma non ho potuto non descriverle perché sono state quelle percezioni che Dio ha utilizzato per innescare la conversione che ho potuto vivere quei giorni. Il primo punto di conversione per me è stato un problema di Fede. Il problema è questo: i miracoli e le conversioni non avvengono se non ci crediamo. Lo dice spesso il Vangelo, “la tua fede ti ha salvato”. Che non vuol dire per me che sia la mia Fede a fare i miracoli. Piuttosto, la Fede mi spalanca gli occhi e il cuore e attende che Dio si riveli in quello che ho davanti. La prima conversione è stata questa: una preghiera drammatica e costante che chiedeva a Dio di rivelarsi in quella settimana, ogni singolo giorno, ogni momento, in ogni fatica. È successo. È successo in cose piccole, forse banali. Credo che la vita vera si giochi sulle cose banali, come dare un bicchiere d’acqua a chi ha sete. Le conversioni - grandi e banali - che ho da descrivere sono due.

La prima: il mio “rapporto” con la fatica. Nella mia vita sono sempre stato convinto di poter vivere le fatiche (quelle più quotidiane, e quelle più straordinarie) in due modi: evitandola in modo codardo o superandola in modo nietzschiano. Il primo modo è evidentemente improduttivo: la fatica rimane lì ad aspettarti, che tu lo voglia o no. Il secondo modo è altrimenti improduttivo: nessuno riesce a superare tutte le fatiche, prima o poi qualcuna è insuperabile. Per dipiù entrambi i modi producono costantemente un cuore lamentoso. Invece, avendo chiesto a Dio che si facesse vedere in quella fatica, ho scoperto un terzo modo di vivere la fatica: abbracciandola (viene alla mente la scena del film di Gibson dove Cristo abbraccia la croce). Cioè durante quella settimana non si è trattato di stringere i denti o di “evitare di pensarci” o di lamentarsi, ma piuttosto di abbracciare la fatica in modo che potessi stare attento a tutto il resto che stava succedendo intorno: ai discorsi del Papa, alle persone che ho incontrato, alle persone che avevo accanto a vivere questo momento con me. Fondamentalmente si è trattato di accettare la fatica ed evitare quindi che questa diventasse la priorità, la cosa più importante (come succede se si cerca di evitarla o superarla), ma piuttosto tutto il resto è diventato la priorità, e ho potuto viverlo e godermelo. Questo ha generato, in contrasto con il cuore lamentoso di cui vi dicevo sopra, un cuore lieto e attento a tutto. Scrivo tutto questo avendo in mente la testimonianza grande che Federica ha lasciato nel mio cuore. Spero che per tutti quelli che l’hanno conosciuta il ricordo del suo sguardo sia utile per poter abbracciare tutte le croci della vita.

La seconda conversione che ho vissuto riguarda i doni, le qualità che possiedo. Lo scontro con una realtà disorganizzata come era quella della GMG ha subito fatto nascere in me un desiderio di prendere in mano la cartina e provare a studiare alcuni modi per rendere la settimana meno faticosa a tutti. Ho un buon senso dell’orientamento e una capacità organizzativa particolarmente spiccata. Ho sempre vissuto il rapporto con le mie qualità in due modi: come motivo di orgoglio, quando sono bravo a fare qualcosa; come motivo di depressione (è una figlia dell’orgoglio), quando sono meno bravo di altri a fare qualcosa. Bene, capirete facilmente che entrambi gli atteggiamenti producono divisione, paura, e tristezza. Ciò che è avvenuto alla GMG è stato che una delle prime mattine, durante un momento di preghiera, dico a Dio che vorrei aiutare quelli che sono lì con me, ma che ho paura di cadere nel solito triste orgoglio. Gli chiedo di mostrarsi, e mi vengono in mente le parole di Don Andrea che dice “a volte dobbiamo lasciare Dio, per Dio”. Perciò esco dalla chiesa in anticipo, gli altri ancora pregavano, e organizzo gli spostamenti della giornata per tutti. E lì si mostra la “terza via” per vivere il dono: il servizio. Il servizio è quel momento, quell’atteggiamento, per cui si fa qualcosa esclusivamente per il beneficio di chi si ha di fronte. Quello che ho scoperto è stato che vivere le mie qualità nell’ottica del servizio produce alcuni risultati straordinari: anzitutto rende la vita degli altri più lieta, e poi rende anche la mia vita più lieta perché i miei doni portano frutto e non ho nessuna preoccupazione o paura, e quindi non si genera nessuna divisione e nessuna tristezza, perché non mi interessa essere il più bravo, mi interessa che le cose funzionino. È come se si spostasse il baricentro, il fuoco della prospettiva, da dentro di me a fuori di me. Il risultato è un dono sfruttato, la vita degli altri che ne beneficia, e un cuore lieto e sereno. È un paradosso, ma il chicco di grano che muore produce veramente frutto.

Rimane da fare una breve conclusione perché c’è un punto fondamentale tralasciato: la presenza del Papa. Il suo essere lì di fronte a noi ha reso “carne” la sua proposta di vivere non un’idea di un Dio giudice, ma la verità di Dio Misericordioso. Anche questo è uno spostamento di baricentro straordinario, che sposta l’attenzione: non più sulle nostre debolezze, ma sul nostro destino di salvezza. E ha seminato in me una verità che sta continuando a portare molto frutto.

 

                           M.C.


pubblicato in data: 17/09/2016 19:30:24    :1219

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